> Monza tra trecento e quattrocento

La città di Monza, in origine di squisita economia agricola, che già gli Umiliati, grazie alla politica economica dei Visconti, avevano iniziato e promosso all’attività manifatturiera con la produzione e la vendita di panni tinti e confezionati, si aprirà alla classe mercantile.
In campo architettonico nel Trecento nascono due "mode" di evidente e prezioso valore artistico: le cosiddette "facciate a vento", molto più alte cioè rispetto al tetto della Chiesa, con finestre ai lati che prospettano verso il cielo, e la "torre guglia", un campanile concepito in forma di libera guglia di proporzioni giganti. Di entrambi i modelli la città offre esempi bellissimi: le "facciate a vento" del Duomo e di Santa Maria in Strada, a tutt’oggi ammirabili nella loro grandiosità e, benché snaturata e incompiuta alla vista, la "torre guglia" sovrastante il tiburio del Duomo, la cui realizzazione segnò il definitivo abbandono nel 1592, con la posa della prima pietra del Campanile "pellegriniano".

L’itinerario prende avvio dalla via Italia dove sorge la trecentesca chiesa di Santa Maria in Strada dall’elegante facciata a vento con decorazioni in cotto.
Alcuni documenti attestano che la piccola chiesa ed il convento ad essa annesso vennero eretti attorno alla metà del XIV sec. dai Terziari francescani, detti della Penitenza. Il monastero si arricchì ed acquistò prestigio quando, nel 1393, i Terziari abbracciarono l’ordine dei frati Agostiniani di Milano; fu allora che il modesto oratorio ad aula unica con copertura a capriate, fu dotato del campanile, della sacrestia e di una nuova facciata. Quest’ultima, attribuita all’architetto Ambrogiolo, è un importante esempio di architettura gotico lombarda e spicca per l’eleganza delle sue decorazioni in cotto. Si tratta, come nel Duomo, di una facciata a vento soprelevata rispetto alla navata ed arricchita nella parte terminale da una loggetta gotica con una bella statua in marmo della Madonna con il Bambino (1420 - copia dell’originale conservato nel Museo del Duomo).

 

Risalendo verso il centro si piega a destra nella stretta via Teodolinda fino ad incontrare la facciata a graffiti del piccolo Chiostro degli Umiliati, parte nel Medioevo di un Ospedale gestito da questo ricco ordine. Seguendo gli stretti e suggestivi vicoli dell’antico borgo si raggiunge la piazza del Duomo  e da qui si prosegue lungo la via Canonica alla quale si accede attraverso un suggestivo arco sul lato sinistro della facciata.
Le origini del Duomo di Monza risalgono al 595 quando la regina Teodolinda, moglie in seconde nozze del re longobardo Agilulfo, fece erigere nei pressi del suo palazzo una basilica chiamata Oraculum dedicata a San Giovanni Battista.
Agli anni di Teodelinda segue un lungo periodo di silenzio per la Cappella Palatina che con il trascorrere del tempo si trasforma nella chiesa madre di Monza.
Nell’anno 1300 con l’affermazione dei Visconti sulla scena politica lombarda, la basilica fu oggetto di una pressoché totale ricostruzione. Oltre alla particolare devozione che la famiglia Visconti dimostrava nei confronti della città, fu un episodio miracoloso a determinare la volontà di rinnovamento dell’edificio: Sant’Elisabetta e Teodolinda apparvero all’Arciprete della Basilica indicandogli il nascondiglio delle reliquie donate da Teodolinda e da Papa Gregorio Magno. Il 31 maggio del 1300 dopo l’ostensione delle reliquie si pose la prima pietra della nuova Basilica. La costruzione si svolse in due tempi: dopo la prima fase, terminata nel 1346, la chiesa si presentava a tre navate con una facciata tripartita, più bassa dell’attuale a fasce marmoree bianche e nere. Risalgono a questo primo intervento il portale centrale e la lunetta di marmo ad esso sovrapposto. Su quest’ultima sono rappresentati due episodi legati alla storia della Basilica. Nella parte inferiore è raffigurato il Battesimo di Cristo mentre in quella superiore Teodolinda con la sua famiglia dona a San Giovanni Battista il Tesoro. La seconda campagna edilizia, avviata trent’anni dopo, ebbe come protagonista l’architetto Matteo da Campione. All’impianto originario furono aggiunte le cappelle laterali, ampliate quelle absidali e per ristabilire le proporzioni la facciata fu innalzata ed ampliata. Quest’ultima, raro esempio di facciata bicroma in Lombardia, rappresenta una delle più importanti testimonianze dell’architettura campionese del Trecento.
All'interno del Duomo si trovo il Museo del Tesoro :
 tra le opere trecentesche conservate presso il Tesoro del Duomo spiccano per innegabile valore artistico il calice argenteo recante le insegne a smalto del duca Gian Galeazzo Visconti e la statua con anima in legno ricoperta da lastrine di rame di San Giovanni Battista, originariamente posta sul protiro della facciata. Il museo custodisce anche una rara testimonianza di polittico lombardo recentemente ricompposto integro databile alla metà del XV secolo ed avvicinabile stilisticamente agli affreschi degli Zavattari in Duomo (capella a sinistra dell'altare) . Il ciclo di affreschi (attualmente in restauro) con le storie della regina Teodolinda nella cappella del Duomo di Monza è senza dubbio una della più importanti e famose testimonianze dell’arte lombarda della prima metà del Quattrocento. Sulle pareti gli episodi salienti della vita della regina e le vicende miracolose della fondazione della basilica sono narrati, dall’alto verso il basso e da sinistra a destra, in quarantacinque scene disposte su cinque registri. Sulla parete di destra, in corrispondenza dell’ultima scena del quarto registro, un’iscrizione in caratteri gotici data al 1444 la realizzazione degli affreschi e li attribuisce alla famiglia degli Zavattari. Come confermato anche da prove documentarie, furono Franceschino e i suoi due figli, Giovanni e Gregorio, a decorare la cappella per i canonici del Duomo seguendo i resoconti storici di Paolo Diacono e Bonincontro Morigia. Una parte importante nella committenza e nel finanziamento dell’opera dovette senza dubbio avere Filippo Maria Visconti, duca di Milano, come dimostrano i numerosi stemmi ed imprese viscontee presenti nelle parti alte delle pareti. Il sarcofago marmoreo collocato lungo il muro di fondo del sacello contiene le spoglie di Teodelinda ed Agilulfo asportate nel 1308 da una sepoltura terragna. Di forma arcaicizzante con cassa e coperchio privi di decorazione, appartiene ad una tipologia piuttosto diffusa nel primo Trecento.

Aggirata l’abside si raggiunge la via Lambro dove si eleva la duecentesca "Torre- porta" dei Pessina, chiamata in monzese Port Scur per poi risalire il vicolo costeggiando il fianco del Duomo ed imboccata la breve via Napoleone si raggiunge piazza Roma al centro della quale si erge l’Arengario.
L’antico palazzo comunale, testimonia la vita sociale della comunità monzese a partire dal Medioevo. L’edificio venne edificato attorno alla metà del XIII secolo prendendo come esempio il Broletto di Milano. Il porticato, un tempo adibito a mercato, è costituito da diciotto pilastri in pietra su cui poggiano travi in legno che sostengono la parte superiore costituita da un’aula unica usata in epoca passata per i consigli comunali e le assemblee dei mercanti. Originariamente il palazzo comunale si presentava in modo diverso da quello che oggi possiamo vedere . Infatti, alla fine del Trecento, tra le due trifore della facciata sud venne aggiunta una loggetta in pietra denominata parlera dalla quale si leggevano i decreti emanati dal Comune mentre, sul lato nord, si edificò la torre a pianta quadrata. Questo palazzo testimonia la perfetta unione tra elementi appartenenti allo stile romanico (trifore con archetti a tutto sesto) ed elementi gotici quali la arcate del portico a sesto acuto.

Da qui si prende la via Carlo Alberto lungo la quale si apre la piazzetta antistante la chiesa di San Pietro Martire.
La chiesa e l’adiacente convento appartenevano all’ordine dei Domenicani, la cui presenza a Monza è documentata a partire dal 1288. La prima notizia sulla chiesa risale al 1369 ma l’edificio esisteva già nella prima metà del Trecento ed era sede dell’Inquisizione. La chiesa originariamente era dedicata a San Giorgio, ed in seguito a San Pietri inquisitore pontificio dell’ordine domenicano ucciso nell’aprile del 1252. Il tempio non è orientato ma segue l’andamento della via pubblica come accade spesso per le chiese degli ordini mendicanti.
L’esterno, ora di aspetto neoromanico, risente dei restauri avvenuti fra il 1923 e il 1932 che ne hanno falsato l’originarietà primitiva. Anche il campanile che in origine era basso a capanna è stato sopraelevato a cuspide nel 1892.
La struttura interna conserva invece l’originario aspetto quattrocentesco riscontrabile nella suddivisione delle navate tramite pilastri cilindrici e nella chiusura piatta delle absidi minori. Nella parete della terza campata si apre la porta che immette nel chiostro quattrocentesco restituito alla dimensione originaria dopo i restauri degli anni sessanta.